05 febbraio, 2006

La tierra de los patagones

Mai luogo avrebbe potuto essermi nel nome più vicino. Quando Magellano sbarcò da queste parti si trovò ad interagire con indigeni Tehuelchen dalle dimensioni inusolamente grandi per gli standard europei e ci volle poco a ribattezzare quella terra Patagonia, "tierra de los patagones", terra dei piedoni...Qui la natura si esprime in ogni modo e forma. Si passa dalle fertili e verdi vallate che fanno da cornice a un infinito numero di laghi e fiumi, alla secca e inospitale "meseta", spazzata da un vento mai domo che perde tutta la sua umidità attraversando la cordigliera, lasciando così che crescano solo arbusti bassi e spinosi, duri come se fatti di plastica. Scivolando verso sud, il bosco andino si trasforma nell'incubo di ogni agorafobico, lo sguardo si perde a 360 gradi nelle immense mesetas popolate da pecore, da guanacos, parenti del lama e preda prediletta dai cacciatori tehuelchen prima e mapuche dopo, da cavalli e da choiques, struzzi dalle dimensioni ridotte (struzzetti insomma!). Il tempo è quanto mai imprevedibile, sereno e nuvoloso si alternano con inaudità rapidità a seconda degli umori del vento, temperature tropicali laciano così il passo a un freddo secco e pungente, determinando un discreto logorio del "mochilero"(categoria che in questo momento rappresento), costretto a vestire e svestire la campera (la giacca a vento) ogni due per tre, con relativo traffico di zaino super pesante. A queste latitudini anche le Ande si mostrano in tutta la loro spettacolarità: il Fiz Roy, con la sua cima innevata e affilata come una spada e quasi perennemente avvolta dalle nuvole (non a caso fino al secolo scorso indigeni e coloni credevano fosse un vulcano) domina la valle di El Chaltèn ; sul cerro Torre si origina piccolo ghiacciaio che scivola lentamente verso al omonima laguna Torre, le cui acque, biancastre a causa dei detriti portati dal ghiacciaio, vengono alimentate dal lento e spettacolare scogliersi della morena frontale (viva Grecchi!);i numerosi vulcani, dalla imponente presenza conica e costantemente innevati. Discorso a parte merita il millenario ghiacciaio Perito Morteno: 210 metri di profondità, dei quali "solo" 60 emergono frontalmente e assolutamente verticali dalle acque del lago Argentina; 4km di larghezza e 30 di lunghezza. Un'incredibile mole di ghiaccio bianco e azzurro che stupisce per dimensioni, ma anche e sopratutto per moti e rumori che ne testimoniano un'incredibile vitalità: lunghi scricchiolii accompagnano il suo lento scivolare, fratture nella morena centrale sono annunciate da secche esplosioni, tuoni e veri e propri tremori seguono alla spettacolare caduta di intere pareti di ghiaccio che si immergono nell'acqua per poi ricomparire nella forma di galleggianti iceberg dai riflessi azzurri.
Questa non è solo terra di paesaggi indescrivibili, questa fu e continua ad essre terra di conflitti politici e sociali. I primi screzi tra Cile e Argentina nascono in questi luoghi, la frontiera patagonica continua ad essere spesso definita in un modo o nell'altro a seconda della nazionalità dell'editore della mappa. Qui si svolse la sanguinosa "campaña del desierto" che portò il general Roca, poi diventato presidente e oggi fieramente rappresentato sulle banconote da 100 pesos, a mandare al fronte milgiaia di gauchos del nord per sterminare, verso fine '800, altrettante miglaia di nomadi cacciatori Tehuelchen e Mapuche ed annettere così in modo stabile questa parte di continente alla giovane repubblica argentina. Politicamente vincente, il costo di tale conflitto, sostenuto sopratutto con debiti contratti con banche inglesi, fu la quasi totale cessione delle fertili proprietà patagoniche alla appositamente creata CTSA (Compañía de Tierras Sud Argentino) , società di bandierta inglese, recentemente ammainata per dar spazio al tricolore italiano....
A rumbo perdido,
dalla terra dei fratelli piedoni....

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